Inclusione lavorativa e giustizia riparativa

Orientamento e counseling in ottica comunitaria: contrastare stereotipi e favorire l’inclusione

A cura di Ernesto Lodi, Gian Luigi Lepri, Patrizia Patrizi

In tempi di profonde mutazioni e metamorfosi economiche e sociali, secondo Bonomi (2010), una comunità non può che raccogliere fino in fondo la sfida nel contrastare il progressivo e sempre più marcato indebolimento dei legami sociali. Reti sociali impoverite non caratterizzano più solo le aree di marginalità sociale facilmente riconoscibili, ma appaiono oramai trasversali a ben più ampie e impreparate fasce sociali che sempre più si scoprono vulnerabili, con le prevedibili implicazioni per le biografie personali.

Inclusione e coesione sociale tornano così a essere individuate come priorità da promuovere, rafforzare e tutelare, in vista del pieno sviluppo delle singole traiettorie di vita. A tale fine le nostre comunità dovrebbero essere: relazionali, partecipate, inclusive, fondate sulla responsabilità come presupposto e risultato di un’intenzionalità sociale di benessere di tutte le parti.

In tale contesto, vi sono vecchie e nuove marginalità con cui l’orientamento e il counseling non possono fare a meno di venire sempre più in contatto, come per esempio in tutti quegli interventi rivolti a persone che hanno incontrato il sistema giustizia. Se solo pensiamo al nostro mandato costituzionale riguardo la finalità rieducativa della pena, qualsiasi percorso di rieducazione non può prescindere (e questa, in definitiva, è la prassi) da un tentativo di inserimento o reinserimento nei percorsi formativi e professionali.

Ma tutto ciò, allo stato attuale, avviene al di fuori di percorsi strutturati di orientamento e di supporto professionale allo sviluppo di carriera. Per queste ragioni, e incidendo sul vissuto comunitario, l’ambito della giustizia rappresenta un focus non più rinviabile anche per le nostre discipline e andrebbe riconsiderato il ruolo del counselor nella rivisitazione dei modelli di sostenibilità sociale, psicologica, relazionale (in questo, d’altro canto, sta il fulcro dell’Agenda 2030) in tale ambito.

Ma quale può essere il legame tra sistema giustizia e lavoro del counselor? La visione trasformativa della giustizia riparativa (UNODC, 2006) apre a nostro avviso nuovi scenari di intervento anche in termini di counseling e orientamento. La concezione trasformativa, infatti, sfida chi opera al suo interno non solo a occuparsi delle pratiche per riparare il danno (obiettivo centrale nel paradigma della giustizia riparativa), ma anche a rivolgersi alle varie forme di ingiustizia strutturale e individuale che le persone vivono. Si tratta, dunque, da un lato affrontare i fattori di rischio comunemente associati al crimine, dall’altro di intervenire attraverso i principi e i valori della giustizia riparativa per migliorare il modo in cui le persone si relazionano a sé stesse, agli altri e al loro contesto. Secondo questa ottica si punta sia alla trasformazione interiore delle persone sia alla trasformazione sociale delle comunità in termini di inclusività, solidarietà, convivenza pacifica. Si può ben comprendere come le recenti evoluzioni dell’orientamento, e ci riferiamo in maniera particolare al contributo della psicologia positiva, focalizzandosi sul potenziamento in chiave preventiva e promozionale delle abilità e delle risorse psicosociali delle persone in vista dell’innalzamento dei loro livelli di qualità, ben si adatti a tale visione di giustizia riparativa.

Quali sono le possibili intersezioni tra l’orientamento e il counseling e la visione trasformativa della restorative justice? Innanzitutto le variabili di lavoro che potrebbero essere assunte nei processi di intervento. Potenziare a livello individuale e di gruppo per esempio resilienza, speranza ottimismo, coraggio, autoefficacia, permette di adottare come focus il benessere delle persone e la capacità di svilupparsi come migliori cittadini e cittadine possibili all’interno e con le comunità di riferimento. Esiste poi un contributo specifico che ha fornito la psicologia positiva nel campo del cambiamento di visione in persone che hanno commesso reati. Come riportato da Wright e Lopez (2002), la psicologia positiva ha ribaltato il tradizionale approccio volto alla ricerca di deficit e patologie, muovendosi piuttosto verso l’individuazione dei possibili punti di forza. In chiave sociale, le risorse positive sono importanti perché favoriscono il superamento di credenze e sentimenti dispregiativi nei confronti di chi ha commesso reato, evitando i processi di etichettamento e di co-costruzione di una identità prevalentemente deviante. Ancora, accrescere l’autostima permette il raggiungimento di obiettivi individuali o socialmente desiderabili, per esempio a scuola o a lavoro, e l’evitamento di condotte devianti, come per esempio la dipendenza da sostanze, e di altri comportamenti dannosi per sé e gli altri (Hewitt, 2002). Altre variabili come la resilienza permettono di contrastare e superare tutti quei fattori di rischio che spesso sono stati collegati alla maggiore probabilità di commettere crimini (lutti, povertà, etc.) e la speranza e l’ottimismo per esempio permettono di vedere molteplici strade alla risoluzione delle proprie difficoltà o alle proprie forme di realizzazione personale. Sono tutti concetti attuali e centrali nel lavoro di professionisti/e del counseling.

Lavorare in ottica preventiva sulle variabili della psicologia positiva permette in definitiva di operare sul benessere delle persone, valorizzando le risorse e i comportamenti orientati sia al loro sviluppo sia alla relazione con gli altri, all’adattamento migliore possibile ai contesti, diminuendo la probabilità che le persone vivano condizioni di malessere e agiscano comportamenti auto ed etero-dannegganti. Se analizziamo il ruolo del coraggio, appare ancor più evidente come esso ben si adatti allo stesso tempo sia al supporto delle scelte di carriera, sia all’intervento nella giustizia, sia al lavoro in ottica comunitaria. Il coraggio, già contrapposto da Zimbardo alla “banalità del male”, rappresenta le “forze del bene” per contrastare visioni stereotipate della realtà, mettere a disposizione del mondo e dell’umanità il proprio miglior Sé, agire in modo pro-sociale per combattere l’accettazione acritica, l’apatia pubblica e l’indifferenza, favorire i comportamenti prosociali. La valenza del coraggio consiste in una forma di “devianza positiva” perché non conforme alle aspettative condivise (consuetudini, norme non scritte etc.) per un fine di maggiore valore. Come riportano Spreitzer e Sonenshein (2003), permette di combattere stereotipi e pregiudizi che spesso ostacolano il cambiamento e la trasformazione delle persone. Il coraggio, e di conseguenza i comportamenti coraggiosi “in relazione”, facilitano le persone nell’essere più pronte ad affrontare rischi, precarietà, incertezza e instabilità, sensazioni queste aggravate anche dai processi di etichettamento sociale e di esclusione. Il coraggio, richiama la nostra responsabilità a occuparci dell’umanità e ad essere degli “eroi del quotidiano”, promuovendo nuove visioni delle realtà e, di conseguenza, nuove modalità di pensare e agire nel sociale anche come professionisti dell’orientamento.

In definitiva, tutte le variabili della psicologia positiva promuovono benessere, dando modo a chi opera all’interno della visione trasformativa della giustizia riparativa di poter supportare processi di cambiamento all’interno delle comunità di riferimento e contrastare le varie forme di vulnerabilità strutturali e transitorie. Counselor e operatori/operatrici, che adottano come modalità di lavoro la visione trasformativa della restorative justice, possono agire in vista di quel cambiamento interiore e della comunità di riferimento citato in precedenza. Orientamento e visione trasformativa della giustizia riparativa possono essere in grado di generare modelli virtuosi di cambiamento in una prospettiva di sostenibilità per tutte le componenti della società, colmando quel gap di professionalità attualmente presente nei processi di inserimento e reinserimento formativo e lavorativo. Si potrebbero adottare a tal fine nei nostri modelli di intervento prospettive positive considerato che le restorative practices si sono mostrate decisive per attivare le risorse nelle persone e nei loro contesti di appartenenza (famiglia, amici, lavoro, scuola, servizi, comunità, etc.) (Patrizi et al, 2016) e che le variabili della psicologia positiva appaiono strumento irrinunciabile per accrescere il loro benessere di vita e di carriera come dimostrano le ormai numerose ricerche in merito. La psicologia positiva, inoltre, si focalizza sul fatto che le persone possono cambiare e adattarsi, puntando sulle loro risorse psico-socio-relazionali, pietre miliari e al contempo fondamenta dei processi trasformativi della giustizia riparativa. Il lavoro su tali risorse, in chiave sia di intervento individuale/gruppale sia di sensibilizzazione comunitaria, faciliterebbe inoltre la possibile decostruzione di stereotipi e pregiudizi che costituiscono spesso la principale barriera che esclude e limita i percorsi di carriera e il benessere inclusivo.

A breve sarà pubblicato un capitolo “Supportare la costruzione di progetti di vita e di carriera inclusivi, solidali, sostenibili” nel testo a cura di Soresi, Nota e Santilli (in press.), dove descriveremo nel dettaglio alcune delle azioni dell’Università di Sassari, in collaborazione con la propria rete, che nel tempo ha deciso di facilitare e supportare le traiettorie di vita e di carriera delle persone in specifiche condizioni di vulnerabilità. Si approfondiranno interventi e riflessioni sul counseling come strumento di accompagnamento allo sviluppo dei progetti professionali nel contesto carcerario e all’interno di cooperative sociali che si occupano di problematiche legate alla dipendenza di sostanze o di minori che sono venuti a contatto con il sistema giustizia. L’obiettivo comune è quello dell’inclusione attraverso il coinvolgimento della comunità e di tutte le parti interessate e la conseguente sensibilizzazione alla valenza dei percorsi di carriera nei percorsi di reinserimento, elementi imprescindibili per un effettivo e significativo impatto delle azioni di orientamento in condizioni di vulnerabilità. Spesso, infatti, causa del “fallimento” di tali percorsi è il mancato superamento di stereotipi e barriere culturali all’interno della comunità di riferimento che ostacolano il reinserimento formativo e professionale delle persone che hanno incontrato il sistema giustizia nel loro percorso di vita. Centrale nel capitolo citato è il riferimento al possibile contributo dell’orientamento e del counseling per attivare, in linea con gli obiettivi dell’agenda 2030, buone pratiche di sviluppo sociale ed educativo sostenibile. Finalità più ampia è la promozione del benessere di persone e comunità. L’obiettivo in tali contesti consiste nel creare spazi dove possano convergere gli interventi tra Restorative Justice e orientamento, generando nuovi concetti e nuovi strumenti in grado di promuovere benessere nelle persone e nelle loro comunità di riferimento e contrastare le sempre più estese forme di vulnerabilità.

 

(da SIO-online.it)

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