di Nicola Grigion

Quando parliamo di professioni sociali, soprattutto durante l’emergenza Covid19, compiamo sempre un’operazione scivolosa.

Noi stessi, nel raccontare le storie dei lavoratori del sociale che non possono fermarsi, abbiamo ricordato il senso di solidarietà e di responsabilità che animano questo lavoro. Talvolta, quindi, seppur mossi dalle migliori intenzioni, rischiamo di dare eccessiva enfasi ai tratti umani e passionali che lo caratterizzano, finendo ingiustamente per mettere in secondo piano le importanti professionalità che questo impiego richiede: trasversali e specifiche, tecniche e relazionali al tempo stesso. Si tratta di un carattere individuale dei professionisti del sociale, questo, che invece andrebbe messo sempre al primo posto.

Ma c’è un altro aspetto che rischia di essere taciuto ancor più spesso e che dovrebbe invece essere al centro di ogni ragionamento sul lavoro sociale, tanto più in questo momento di crisi: la sua dimensione collettiva. Parliamo, quindi, dell’equipe.

Nei nostri consigli utili per affrontare l’emergenza, abbiamo  tentato di offrire alcune indicazioni di metodo per far fronte agli smottamenti provocati da questo momento epocale.  Per esempio, abbiamo visto come, in questa situazione di sbandamento, procedere per punti invece di tentare approcci complessivi rispetto alla crisi in corso, potrebbe aiutarci a non perderci. Abbiamo anche visto come riscrivere gli obiettivi e le priorità del nostro lavoro possa essere la chiave per adattarci meglio a questa situazione, laddove tutte le nostre certezze sono state messe sottosopra. E, infine, abbiamo valutato che, più che sulle competenze professionali, questo potrebbe essere il momento di far leva su esperienza e risorse personali di ognuno di noi, che inevitabilmente entrano in gioco.

Fino a qui tutto bene. O quasi. Si perché, un conto è mettere in fila una serie di consigli, altra cosa, direte voi, è metterli in pratica, verificarne la fattibilità, assumersi la responsabilità e il peso delle scelte, facendo i conti la realtà di un servizio a domicilio, uno sportello, una struttura di accoglienza o un’unità di strada, tutti messi sottosopra dallo scenario pandemico.

In effetti non c’è nulla di semplice in tutto questo. Una cosa però è certa: da soli non possiamo farcela. L’unico modo è ripartire dalla nostra equipe.

Affrontando l’argomento “gruppo di lavoro” non è semplice evitare di cadere in retoriche che esaltano orizzontalità e condivisione, senza tuttavia riuscire a riempirli di senso. E’ bene invece riconoscere che, proprio il lavoro in equipe, è un territorio quasi sempre problematico, carico di equivoci, di contraddizioni, di relazioni riottose, spesso disegnato sulla carta ma più difficilmente tradotto nella realtà.

Lo scenario, inedito per tutti, rende inoltre più fragile ogni certezza e fatichiamo a trovare modelli di comportamento utili da seguire. Possiamo però provare ad orientarci attingendo ad uno dei patrimoni più preziosi che possediamo: la memoria dei nostri errori.
Quelli che abbiamo commesso in passato e da cui è il momento di dimostrare di aver imparato.

 

Uno spazio di sfogo

Sarà capitato anche a voi (dovrebbe!) di ritrovarvi con la vostra equipe subito dopo le prime disposizioni sull’isolamento e la sospensione delle attività, ormai più di un mese fa. Probabilmente la modalità telematica e le urgenze avranno imposto di entrare subito in una fase operativa, per agire in fretta e non perdere troppo tempo. Non è certo sbagliato. Anzi. Ma, al netto delle incombenze e dell’economia dei tempi, nelle nostre riunioni d’equipe, quelle che confidiamo abbiate fatto almeno settimanalmente anche in questo momento di crisi, potrebbe essere utile dedicare uno spazio, anche contenuto, alla condivisione delle preoccupazioni. Infatti, non possiamo sottovalutare la pressione che ogni membro del nostro gruppo sta vivendo, pretendendo la stessa lucidità di sempre. Il cambio repentino della nostra quotidianità e i timori per la situazione, non solo rispetto al contagio, ma anche quelli economici e sociali, hanno effetti diversi sui componenti del nostro team e uno spazio in cui verbalizzare le preoccupazioni, confrontarsi, sentirsi accolti e riconosciuti, potrebbe essere di enorme aiuto. Tra le righe delle parole di un collega potremmo inoltre leggere una richiesta di aiuto o potremmo noi stessi averne bisogno. Ma potremmo anche scoprire nuovi leader, nuovi trascinatori, anche solo temporanei; colleghi capaci di farsi carico maggiormente della situazione, forti di risorse personali fino a prima celate. Saranno di enorme aiuto.

Anche a distanza di un mese dall’esplosione del contagio, potrebbe essere utile riproporre sempre questo momento, lasciando anche libero sfogo ai pensieri, perché la situazione è in continua evoluzione e con essa, anche lo stato d’animo dei componendi della nostra equipe. Questa possibilità permetterà, non solo di ritrovare la stessa lunghezza d’onda con i colleghi, ma anche di rafforzare i legami del gruppo, condividendo insieme le emozioni di questo momento critico. Il ruolo del coordinatore in questo caso sarà di estrema importanza per gestire al meglio questo spazio e per capirne i limiti e poterlo chiudere prima che diventi esageratamente carico e quindi dannoso per qualcuno dei nostri colleghi. L’ordine del giorno, poi, incombe.

 

Manteniamo, anzi rafforziamo la supervisione

Quando un evento impatta in maniera così importante sulla nostra quotidianità e tutti i nostri sforzi sono concentrati sulle azioni da mettere in campo per fronteggiare la situazione (pensiamo ai tanti interventi straordinari che abbiamo dovuto affrontare per mettere in sicurezza gli utenti, o per riorganizzare i luoghi di lavoro), la tentazione è quella di lasciare per strada alcune buone abitudini, o almeno di trovarsi in difficoltà nel riprogrammarle. Sarà capitato anche a voi, in passato, di aver derogato all’agenda per far fronte a una situazione difficile. Rinviare può essere una buona soluzione temporanea ma non ci salverà nel mare turbolento che stiamo attraversando. Lo spazio di sfogo e condivisione che ci siamo presi, per quanto prezioso e utile, non può infatti bastare e non va confuso con uno dei principali strumenti che garantisce il benessere della nostra equipe: la supervisione psicologica esterna. Tutti i gruppi di lavoro dovrebbero poterne godere sempre e, se non l’avete ancora attivata, questo è il momento buono per farlo. Certo, entrare in sintonia con il supervisore non è facile e talvolta servono diversi tentativi. Lo spazio della supervisione, però, può diventare un momento determinante nella vita e nel consolidamento del nostro team, sia perché il lavoro sociale porta con sé un carico emozionale e relazionale altamente rilevante, sia perché le relazioni tra i componenti del nostro gruppo sono continuamente sottoposte a stress e hanno bisogno di una buona manutenzione, al di là delle attività ordinarie di coordinamento. Potremmo mantenere il nostro appuntamento mensile con il supervisore o ritenere più opportuno, in questa fase particolare, attivare la supervisione in maniera più frequente, magari sperimentando in alcuni casi anche quella individuale. Non sarà tempo sprecato.
Inutile dirlo, ma facciamolo: perché lo spazio della supervisione sia comodo per tutti e diventi effettivamente un momento di cura, il supervisore dovrà necessariamente essere esterno al gruppo di lavoro e non essere implicato nella presa in carico dei beneficiari del servizio che svolgete. La supervisione, anche e soprattutto quando entra nel merito degli approcci con cui gli operatori affrontano le situazioni individuali dei beneficiari, non va confusa con un momento di consulenza o di confronto sul caso specifico, anche se talvolta possiamo avere difficoltà a individuare i confini. Il professionista incaricato ci saprà di certo guidare.

 

Attenzione a ruoli e mansioni

Risintonizzati sulle frequenze condivise dell’emergenza, i membri dell’equipe dovranno cercare di rimettere in moto il loro lavoro. Non tutte le attività, i servizi e gli interventi potranno essere svolti, almeno non come prima. Nei nostri consigli utili avevamo già indicato l’opportunità di riscrivere le nostre priorità, ridisegnando i nostri obiettivi che, se non del tutto ribaltati, sono quantomeno gravemente condizionati dall’emergenza. Intorno a queste priorità e a questi nuovi obiettivi sarà importante anche ridefinire una nuova suddivisione di ruoli e mansioni all’interno del gruppo di lavoro, o verificare se quella attuale è adeguata. Certo, non si tratta di snaturare le competenze e le professionalità spiazzando il team e i suoi membri. Ma in questo contesto, dove si lavora necessariamente più distanti e più soli, sarà importante verificare le convergenze e avere maggiore attenzione ai meccanismi di condivisione e cooperazione. Senza retorica, nei fatti.

Da questo punto di vista, non c’è dubbio, saranno più avvantaggiate le equipe che, non solo hanno già un distinto carattere multidisciplinare, ma hanno assunto l’interdisciplinarietà come modo di affrontare e organizzare il loro lavoro. Si tratta di gruppi di lavoro in cui ogni componente, non solo ricopre un ruolo e svolge una mansione diversa dagli altri, ma lavora in maniera complementare a quella dei colleghi. In sostanza, parliamo di quei gruppi dove, non solo c’è una presenza di diverse professionalità che ricoprono ruoli diversi (psicologo, educatore, operatore socio sanitario, operatore legale, assistente sociale, giusto per fare alcuni esempi), ma sono previsti anche spazi e tempi comuni di lavoro ed intervento, fisici e digitali (tra questi la riunione dell’equipe multidisciplinare, il progetto individualizzato condiviso, il diario di bordo, etc.). In queste equipe ogni membro, a partite dal proprio ruolo e dalla propria specifica competenza, contribuisce alla definizione di percorsi, interventi, soluzioni, e ogni intervento è concatenato a quello dei colleghi. In questi gruppi lo sforzo  (e a volte lo scontro) sono maggiori, ma diventano anche il modo in cui prendono forma decisioni importanti e condivise, diversamente dai gruppi in cui ogni membro svolge le stesse mansioni degli altri e si limita ad un confronto o in cui ognuno, seppur con ruoli diversi, opera separatamente, producendo un effetto silos.

Durante la crisi, con obiettivi e priorità nuove che implicano spesso un maggior impiego di risorse personali piuttosto che professionali, sarà quindi utile verificare le geometrie del nostro organigramma utilizzandolo come strumento strategico e non semplicemente come fotografia della nostra organizzazione. Sperimentare nuovi modi di funzionamento per favorire l’interazione tra i membri dell’equipe ed evitare, in questa fase più che mai, che le distanze diventino ancor più marcati, sarà un ottimo esercizio anche per il futuro.

 

Darsi tempi certi per abitare l’incertezza

Uno dei motivi più importanti dello spiazzamento che un po’ tutti abbiamo avvertito già dai primi giorni dopo la deflagrazione della crisi, è il fatto che le nostre giornate sono state messe letteralmente sottosopra. Dover fare senza poter fare è un abito scomodo da vestire. Lo spaesamento è tanto più importante quando fatichiamo a ritrovare tempi certi e nuove norme di funzionamento.

Quella del lavoro nell’emergenza, d’altronde, è solitamente una storia di notti insonni e levatacce, di giornate mai concluse e di una serie di pasti consumati senza fermarsi. Per questo, riorganizzare i tempi dell’intera equipe (oltre ai nostri) ci permetterà di non ripetere un errore che probabilmente abbiamo commesso altre volte in situazioni di emergenza, quando abbiamo fatto saltare scadenze condivise e individuali. Capita. Sarà però fondamentale dare al più presto nuove certezze al gruppo e riorganizzare i tempi intorno ad alcuni punti di convergenza.  Senza rigidità, ma fissando alcune ancore, alcuni momenti, alcune scadenze, che rappresentino per tutti dei punti di riferimento.

A tenere unito il lavoro della nostra equipe potrebbe aiutarci ulteriormente anche la tecnologia. Non solo la miriade di piattaforme che permettono conversazioni, riunioni o addirittura assemblee a distanza, come Zoom, GoToMeeting, Google Meet, Mic-Teams, Whereby, Webex, Skype, Hangouts, Jitsi, che tutti abbiamo già sperimentato abbondantemente fin dalle prime ore, ma anche altri strumenti che permettono di condividere l’avanzamento del lavoro o di lavorare in condivisione. Oltre alla galassia di estensioni messe a disposizione da Google, vale la pena ricordare gli strumenti offerti da piattaforme come Trello e Slack, che possono diventare dei veri e propri uffici virtuali, dove condividere progetti, assegnare priorità e seguire l’avanzamento dei lavori dei colleghi secondo una metodologia “agile”, incentrata su cicli di lavoro.
Anche questa sarà una buona palestra per chi ancora non si era attrezzato adeguatamente.

Attenzione però. Né gli strumenti, né la riorganizzazione del lavoro possono farci dimenticare che quelli di prima, scanditi negli spazi dell’ufficio o delle strutture, sono tempi che non possono essere trasferiti tali e quali nelle nostre case. Il tempo del lavoro da casa, o quello dei luoghi di lavoro che la pandemia ha modificato nel loro modo di essere vissuti, sono molto diversi da quelli di sempre. Si tratta di un tempo di lavoro dilatato, in particolare durante un’emergenza che moltiplica i problemi e complica le soluzioni. In casa, così come nelle strutture, anche riorganizzare gli spazi è un lavoro, così come è un lavoro quello di far combaciare i tempi con quelli dei colleghi, o magari dei figli che a loro volta devono seguire lezioni online, solo per citare alcuni tra i problemi più comuni.

E questa considerazione ne porta immediatamente con sé un’altra. Non siamo tutti uguali e pertanto non tutti potranno rispondere alla nuova organizzazione adeguandosi con la stessa facilità degli altri. Adottare un modello non solo agile, ma anche flessibile, calibrato su ognuno dei nostri collaboratori (in questo caso sarà il coordinatore dell’equipe ad avere un ruolo centrale) sarà vitale per garantire che in questa situazione, già di per sé complessa, il gruppo abbia la possibilità di esprimersi al meglio, valorizzando e non rimarcando le differenze.

A questo proposito va tenuto presente anche il livello di sforzo che possiamo chiedere ai nostri collaboratori. Non solo legati alle caratteristiche personali, ma anche a quelle contrattuali. Gli equilibri di sempre sono saltati.

 

I tempi per i singoli

Un ultimo pensiero non può che andare alla nostra macchina del caffè. Quella dove abbiamo consumato tante pause tra una riunione e l’altra, dove abbiamo incrociato quel collega che, da solo, si è sentito più libero di sfogare i suoi pensieri o di fare quel ragionamento che in riunione non ha avuto il tempo e la prontezza di articolare. Questa emergenza più di quelle che abbiamo vissuto in passato, ha quasi azzerato i tempi di ascolto informale, quelli dedicati a ogni singolo membro del nostro gruppo, che rischiamo ora di incontrare solamente tra i box di una piattaforma o nel mezzo di un intervento in cui è impossibile prendersi lo spazio e il tempo per un confronto.

Ma abbiamo fortemente bisogno di rinsaldare i nostri legami. Non tralasciamo quindi il rapporto con i singoli membri del gruppo. Una chiamata, un momento dedicato ad ognuno di loro, compatibilmente con i tempi che scandiscono queste giornate, potrebbe rivelarsi essenziale per capire ciò che non traspare, per avere impressioni e suggestioni, o semplicemente per ritrovare quella sintonia che, sappiamo tutti, più che attorno al tavolo delle riunioni, si salda spesso davanti alla macchina del caffè.

Lo sappiamo bene. Non sarà semplice mettere in pratica tutte le cose che ci siamo detti e proposti di fare. Non è un dramma. Non sarà un problema. Non è il momento di fare bilanci o di correggere con la penna rossa i nostri errori. Questo è il momento di vivere l’incertezza, cercando di abitare il caos in maniera costruttiva. Per questo, anche per la nostra equipe, questo può essere un momento di eccezionale innovazione: delle relazioni, degli strumenti, delle geometrie e, perché no, degli orizzonti.

L’importante è ripartire dal nostro gruppo di lavoro, prendersene cura, rimettendolo al centro del nostro funzionamento come architrave della nostra organizzazione, anche quando i tempi dell’emergenza sembrano consigliarci di tenere la testa bassa e correre, per poi rialzarla una volta che tutto questo sarà finito.

Rimanere immobili aspettando un tempo migliore non ci aiuterà.

Il dopo è già ora. Per questo dobbiamo aiutarci a sperimentarlo insieme.

Al di là della retorica, noi e la nostra equipe potremmo uscirne feriti, ma di certo più forti e rinnovati.


di Nicola Grigion

Reinventare il quotidiano. Questa è forse la sfida più difficile che ci ha consegnato l’emergenza Coronavirus. E non per un vezzo creativo, sia chiaro. Ma perché in queste giornate, per essere protetta, ogni attività deve fare i conti con una nuova dimensione del tempo, dello spazio e delle relazioni, perfino l’ozio.

Se vi occupate di lavoro sociale lo sapete bene perché questa sfida è doppia. La vivete per voi e per gli utenti dei vostri servizi.

Per questo, superato lo spiazzamento iniziale, anche se la situazione rimane del tutto fluida e incerta, abbiamo pensato che potesse essere utile mettere nero su bianco alcuni consigli per aiutare chi lavora nel sociale ad affrontare l’emergenza.

Ovviamente, chiariamolo fin da subito, non c’è una soluzione buona per ogni situazione. Quindi, non scriveremo un vademecum da applicare in tutti i contesti. Un centro diurno per disabili non funziona come un servizio anti-tratta, un servizio di riduzione del danno è diverso da un centro di accoglienza per rifugiati, una comunità minori non ha le stesse dinamiche di un centro anti-violenza e uno psicologo di comunità non ha le stesse mansioni di un consulente legale. Però, possiamo provare a condividere alcune indicazioni di metodo che ognuno di voi potrà confrontare con le sue, o potrà far proprie per prendere le decisioni giuste.

1. Procediamo per punti

Una sensazione che ci ha accomunati in questi giorni è stata di certo lo spiazzamento. Siamo spiazzati anche perché facciamo fatica a capire come possiamo aiutare le persone che contano su di noi. Non sappiamo come essere utili. In questo momento le nostre conoscenze professionali non ci sono sempre d’aiuto. La situazione è lontana dalla normalità del nostro servizio. E’ uno scenario inedito e scivoloso. Siamo stati sicuramente tentati di mettere uno dopo l’altro gli elementi per disegnare il quadro della situazione e formulare le nostre strategie. Ma facciamo attenzione. Perché, anche se sembra un’operazione razionale, insistere su uno sguardo d’insieme potrebbe finire per farci sentire impotenti o, in un contesto così sconosciuto, farci prendere direzioni sbagliate.

Potrebbe essere più utile, invece, destrutturare lo scenario, passando da un’analisi di linea a un’analisi di punto. Affrontare un problema alla volta ci aiuta a non perderci e a mantenere un parziale controllo della situazione, dandoci la possibilità di superare un ostacolo dopo l’altro. Non vale sempre, ma in questo contesto indecifrabile può essere una strategia che ci permette di mettere a fuoco i punti critici del nostro lavoro.

“Affrontare un problema

alla volta ci aiuta

a non perderci”

Facciamo un esempio. Se leggendo questo articolo urtassimo contro una bottiglia d’acqua, finendo per rovesciarla sulla scrivania (per molti, in questi giorni, il divano o il tavolo della cucina) dovremmo affrontare una piccola emergenza. Se fronteggiassimo il problema “non bagnare” nel suo complesso, ci dovremmo spostare velocemente, provando contemporaneamente a raccogliere tutte le cose che abbiamo davanti, cercando anche di arginare il flusso. Ma se invece di affrontare il problema nel suo insieme cercassimo di individuare i punti critici, scomponendolo, potremmo sostituire il problema “non bagnare” con dei problemi specifici come “raddrizzare la bottiglia”, “salvare i documenti importanti” mentre potremmo ritenere utile sacrificare il foglio di brutta copia che abbiamo davanti per impedire all’acqua di colare sul parquet. Pazienza per le gocce sui pantaloni. Quel “non bagnare”, declinato, preso per punti, si può affrontare diversamente.

Scomporre il problema ci aiuta a intervenire più efficacemente, almeno nel momento dello spiazzamento iniziale. Perché ogni scenario di crisi, preso nel suo complesso, è quasi impossibile da fronteggiare in maniera risolutiva. L’emergenza Coronavirus non fa eccezione. Destrutturando il quadro d’insieme, peró, abbiamo la possibilità di elaborare alcune risposte a problemi concreti.

 

 

2. Ridefiniamo le priorità

Definito un metodo (procedere per punti), c’è da capire con che spirito utilizzarlo. Qual’è il nostro approccio?

Una cosa è certa. Se vogliamo tutelare le persone a cui è dedicato il nostro servizio non possiamo rimanere invischiati nel tentativo maldestro di rifare le stesse cose di sempre. L’ostinazione in questo caso non pagherebbe. Non si tratta di abdicare, di abbandonare la nostra missione cancellando le attività fondamentali del nostro servizio, anzi.

Per abitare queste giornate non possiamo fare quello che abbiamo sempre fatto, come lo abbiamo sempre fatto. Ridaremo senso al nostro lavoro solo riscrivendo le nostre priorità. Tutto intorno a noi è cambiato e anche noi dobbiamo essere disposti al cambiamento. Sarà una lezione anche per il futuro.

Ai nostri nuovi obiettivi sarà opportuno dare un nome e assegnare un posto. Ne abbiamo fortemente bisogno. Dovremmo renderli espliciti condividendoli con i nostri colleghi e con gli utenti con cui lavoriamo. In queste giornate, mentre tutto è stato messo sottosopra, ridefinire le priorità a seconda di nuovi obiettivi ci aiuta a rimettere ordine e aiuta anche le persone a cui ci rivolgiamo che, diversamente, rischierebbero di essere travolte due volte.

“Riscrivere le priorità

del nostro lavoro”

3. Ciò che fa bene a voi fa bene agli altri

Scelto un metodo (procedere per punti) e definito un approccio (essere disposti al cambiamento), è il momento di  decidere cosa fare. Ancora una volta le nostre conoscenze professionali possono aiutarci solo in parte. Ma le competenze delle professioni sociali vanno ben oltre il sapere e il saper fare. Vediamo.

Per esempio, sarà capitato anche a voi in questi giorni di aver imparato moltissime cose nuove. Proviamo a metterne in fila alcune con cui tutti abbiamo fatto i conti.

I primi nuovi insegnamenti, ne siamo certi, hanno a che fare con la salute e tutte le indicazioni utili per la nostra sicurezza. Le distanze da mantenere, il modo corretto di lavarsi le mani, i comportamenti da evitare per la diffusione del virus, sono diventati molto più che buone abitudini.

Poi, avremo fatto certamente i conti con un altro aspetto legato alla salute. Questa volta, però (e non è una battuta sarcastica), quella mentale. Imparare a selezionare le notizie diffuse da media e social media è sempre una buona abitudine. Farlo ora è diventato fondamentale per affrontare con lucidità la situazione, o almeno per non farsi travolgere. Accedere a una buona informazione è una questione di sopravvivenza.

Sicuramente anche voi avrete sperimentato nuove piattaforme, applicazioni mai sentite e programmi dall’utilità finora sconosciuta. Tutti, nessuno escluso, abbiamo fatto una piccola indigestione tecnologica. Chi per lavoro, chi per ammazzare il tempo, chi per rimanere in relazione con gli altri, ognuno ha sperimentato nuovi modi comunicare. Così l’aperitivo tra amici è diventato una videocall mentre le riunioni del gruppo di lavoro si sono trasformate in webconference.

E per finire, anche se ci sarebbero da mettere in fila tantissime altre nuove abilità, abbiamo affrontato il problema più ostico: gestire e riorganizzare i nostri spazi e i nostri tempi per non perderci in giornate incerte, noiose o travolgenti.

Ma il punto non è se effettivamente siamo tutti un po’ più esperti di igiene personale. Non si tratta di misurare se abbiamo fatto o meno indigestione di notizie tossiche. Non vogliamo neppure verificare se dopo questa emergenza saremo davvero tutti un po’ più digitali e ci interessa relativamente poco sapere se siamo riusciti o meno a riorganizzare i nostri tempi e i nostri spazi. L’aspetto rilevante è che imparare queste nuove abilità ci ha fatti stare meglio. Più protetti seguendo le regole di igiene e sicurezza, meno stressati selezionando le informazioni da fonti attendibili, meno isolati aprendo nuovi canali di comunicazione tecnologica, meno spaesati riorganizzando i tempi e gli spazi della nostra giornata.

Cosa c’entra tutto questo con il lavoro sociale? Probabilmente nulla se per affrontare l’emergenza ci affidassimo solo alle nostre capacità tecniche. Ma questi non sono giorni normali e tutto sembra andato sottosopra, perfino le geometrie della relazione d’aiuto, i binari del rapporto di reciprocità, il mantra della giusta distanza. Per questo abbiamo bisogno di far leva sulla nostra esperienza e di attingere alle nostre risorse personali. Gli schemi di sempre non bastano. Ci servono pensieri semplici ma divergenti. Perché se è vero che permangono le differenze culturali, sociali, economiche, fisiche, mai come ora ci siamo ritrovati a vivere una condizione comune con i beneficiari dei nostri interventi. Invece di chiederci cosa dobbiamo fare come operatori per i nostri utenti, potremmo per esempio domandarci: di cosa ho bisogno io? Cosa mi è d’aiuto in questo momento? Perché ciò che fa bene a noi potrebbe far bene anche agli altri.

Per riorganizzare il lavoro con i nostri utenti potremmo quindi partire dal nostro bisogno di sentirci sicuri e analizzare i rischi che abbiamo davanti. Ci sarà utile, per esempio, individuare le situazioni più fragili per poterle monitorare con più attenzione. Ai corsi che siamo soliti proporre potrebbe essere utile sostituire momenti di informazione sui rischi, magari specifici per gli utenti che continuano a lavorare. Facendo tesoro del nostro bisogno di selezionare le informazioni, invece, potremmo organizzare un vero e proprio piano informativo da diffondere ai beneficiari, costante e aggiornato, sia rispetto a come comportarci, con info-grafiche e vademecum, sia rispetto alle notizie generali, per aiutare le persone a muoversi tra le news evitando stress inutile ed eccessivo. Potremmo, anzi, dovremmo prenderci cura delle relazioni assicurando nuovi canali per comunicare, internamente ma anche verso l’esterno. Potremmo infine riorganizzare gli spazi e i tempi dei nostri servizi, non solo per rispettare le norme di prevenzione, ma anche per renderli diversamente accoglienti, per esempio, per detonare le situazioni di conflitto, o consentire una maggior privacy o garantire piccoli spazi di libertá e autonomia.

In sostanza, se stiamo cercando degli spunti sulle iniziative da intraprendere, potremmo scriverne una lista infinita, una per ogni tipologia di intervento, ogni tipologia di struttura, ogni condizione individuale. Ma facciamo leva sulla nostra esperienza e sulle nostre risorse personali, senza dare nulla per scontato. Anche queste sono competenze professionali.

“facciamo leva sulla nostra

esperienza e sulle

nostre risorse personali”

Ricapitolando, quindi, possiamo dire che, per fronteggiare l’emergenza Coronavirus non è possibile indicare una soluzione buona per ogni situazione. Possiamo però condividere metodi e approcci.

Affrontiamo un problema alla volta, punto per punto, senza addentrarci in improbabili analisi d’insieme. Così eviteremo di perderci. Ridefiniamo obiettivi e priorità del nostro lavoro per adattarci al meglio alla nuova situazione e ai cambiamenti che ci ha imposto. Attingiamo dalla nostra esperienza e facciamo leva sulle nostre risorse personali. Non tutto ora ha una soluzione e non tutto segue gli schemi dettati dalle nostre conoscenze professionali. Seguendo questa strada potremmo leggere in maniera più lucida i bisogni del momento.

Come facciamo? Non c’è via di scampo, non ci sono scorciatoie. Da soli finiremmo solo per essere travolti dagli eventi e dal peso delle responsabilità. Per fare tutto questo dobbiamo ripartire dalla nostra equipe.

Ma di questo parleremo nel prossimo post.


Siamo partiti!

Insieme a oltre ottanta persone abbiamo finalmente dato il via alle attività di Indeep, la scuola di formazione per le professioni sociali.

A breve verranno pubblicate le prime proposte formative e, nel corso del 2020, verrà via via arricchita l’offerta della scuola, con corsi di base e di livello più avanzato, sempre con l’obiettivo di offrire, insieme a elementi teorici e concettuali, anche strumenti pratici e occasioni di scambio di punti di vista ed esperienze.

Abbiamo avuto il privilegio di inaugurare le attività con due tavoli di relatori che rappresentano anche molti dei partner che saranno coinvolti nei percorsi formativi e nelle attività di consulenza di Indeep, a cui abbiamo chiesto di intervenire sui temi del lavoro sociale e della crescita inclusiva.

Dopo l’apertura di Irene Pastore, responsabile di Indeep e i saluti portati dall’amministrazione comunale attraverso le parole del vice-sindaco Arturo Lorenzoni, che è voluto essere presente all’incontro insieme alle assessore Marta Nalin, Chiara Gallani e Francesca Bencioli, i lavori sono stati avviati dall’intervento di Marco Piccolo della Fondazione Finanza Etica (Banca Etica) che ha ospitato l’evento nella sua sede di via Cairoli, nella sala intitolata a Peppino Impastato.

La discussione, coordinata dall’Avv. Marco Ferrero, ha visto coinvolti gli ordini professionali di psicologi, avvocati, assistenti sociali e giornalisti, rappresentati rispettivamente da Lisa Gamba, Carola Rossato, Eleonora Zini e Antonella Scambia, a cui si è aggiunta la voce di Paolo Robazza, fondatore di Beyond Architecture Group e collaboratore della Fondazione Innovazione Urbana di Bologna. Ne è emerso un quadro profondamente eterogeneo, segnato dal senso di spaesamento che caratterizza il presente e che, insieme alla mancanza di risorse e alle insicurezze lavorative, mette tutte le professioni, non solo quelle rappresentate nel corso dell’incontro, di fronte a sfide che solo la capacità di reinventarsi può contribuire ad affrontare.

Un orizzonte fatto di competenze specialistiche, ibridate necessariamente a competenze strategiche: questo invece il comune denominatore della seconda parte del pomeriggio, coordinata da Nicola Grigion, che  ha visto coinvolti Laura Nota, pro-rettrice all’inclusione dell’Università di Padova, Giovanni Bertin, docente di governance delle politiche pubbliche presso l’Università di Venezia, Gianfranco Bonesso, ex responsabile del Servizio Immigrazione e Cittadinanza del Comune di Venezia e Luisa Balestra, di Veneto Responsabile. Se la classica dicotomia tra pubblico e privato ha da tempo lasciato spazio ad un nuovo paradigma, che coinvolge Enti locali, organizzazioni Profit e Non Profit, intorno all’interesso pubblico, questo nuovo scenario deve necessariamente essere abitato da figure del lavoro sociale capaci di reinterpretare il loro ruolo, assumendo l’ibrido come terreno di lavoro.

Ma il nostro più grande privilegio è stato quello di aver potuto contare sulla presenza di una platea qualificata e altamente competente, fatta di amministratori (oltre a quelli padovani anche il Sindaco del Comune di Santorso Franco Balzi ha voluto partecipare all’evento) e tanti educatori, avvocati, insegnanti, esponenti del Terzo Settore e dell’Associazionismo, operatori di diversi settori, docenti universitari e dirigenti pubblici.

Ora l’appuntamento è alle prossime settimane con la pubblicazione del programma del primo percorso formativo, che sarà dedicato ai temi dell’orientamento e dell’inclusione lavorativa. A questo seguiranno due proposte sui temi della rigenerazione urbana e architettura sociale e sulla tutela e la presa in carico dei minori stranieri non accompagnati, in attesa del programma definitivo della scuola.

Intanto, un grazie a tutti quelli che sono stati con noi e a tutti gli altri che avrebbero voluto esserci!


LAVORO SOCIALE E CRESCITA INCLUSIVA

Bisogni e sfide per un lavoro sociale che trasforma la realtà 

Venerdì 15 novembre 2019

dalle ore 14.00 alle ore 18.00

Sala Peppino Impastato, Banca Etica, via Cairoli 11, Padova

La crisi del lavoro sociale, delle sue istituzioni e delle sue professioni, ma anche le spinte inedite e sempre più insistenti per una società più equa, etica, inclusiva e sostenibile, interrogano la nostra capacità di raccogliere le complesse sfide che ci propone il presente.

Ne discuteremo cercando di offrire punti di vista non scontati e prospettive differenti, insieme al mondo dell’Università e dell’impresa, ad esperti del Terzo Settore e del Lavoro sociale, a rappresentanti di Enti locali e Ordini professionali, in un pomeriggio di confronto che sarà anche l’occasione per dare il via alle attività di Indeep, la nuova Scuola di alta formazione per le professioni sociali.

Registrati. Potremo riservarti un posto.

 

Il programma:

ore 14.00 – 14.15
Accoglienza dei partecipanti

Saluti istituzionali

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ore 14.15 – 14.30
Introduzione ai lavori
Marco Piccolo
Presidente Fondazione Finanza Etica
Banca Etica

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ore 14.30 – 16.15
Panel 1.
Professioni sociali e professionisti nel sociale: ruolo, etica e responsabilità

Carola Rossato
Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Padova

Eleonora Zini
Consiglio dell’Ordine degli Assistenti Sociali del Veneto

Lisa Gamba
Consiglio dell’Ordine degli Psicologi del Veneto

Antonella Scambia
Consiglio dell’Ordine dei Giornalisti del Veneto

Paolo Robazza
Beyond Architecture Group

Modera
Marco Ferrero
Co-founder di Indeep

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ore 16.15 – 16.30
Pausa

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ore 16.30 – 18.00
Panel 2. Le istituzioni del sociale: una sfida per tutti?

Laura Nota
Pro-rettrice con delega all’Inclusione dell’Università di Padova

Giovanni Bertin
Docente in Governance delle istituzioni pubbliche all’Università di Venezia

Gianfranco Bonesso
ex responsabile del servizio Immigrazione e Cittadinanza del Comune di Venezia

Luisa Balestra
Direttrice di Veneto Responsabile

Modera
Nicola Grigion
Co-founder di Indeep

 

“a volte la soluzione
si trova oltre le possibilità conosciute
per questo è quella giusta”

 

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Questo incontro risponde agli obiettivi dell’Agenda 2030