di Nicola Grigion

Reinventare il quotidiano. Questa è forse la sfida più difficile che ci ha consegnato l’emergenza Coronavirus. E non per un vezzo creativo, sia chiaro. Ma perché in queste giornate, per essere protetta, ogni attività deve fare i conti con una nuova dimensione del tempo, dello spazio e delle relazioni, perfino l’ozio.

Se vi occupate di lavoro sociale lo sapete bene perché questa sfida è doppia. La vivete per voi e per gli utenti dei vostri servizi.

Per questo, superato lo spiazzamento iniziale, anche se la situazione rimane del tutto fluida e incerta, abbiamo pensato che potesse essere utile mettere nero su bianco alcuni consigli per aiutare chi lavora nel sociale ad affrontare l’emergenza.

Ovviamente, chiariamolo fin da subito, non c’è una soluzione buona per ogni situazione. Quindi, non scriveremo un vademecum da applicare in tutti i contesti. Un centro diurno per disabili non funziona come un servizio anti-tratta, un servizio di riduzione del danno è diverso da un centro di accoglienza per rifugiati, una comunità minori non ha le stesse dinamiche di un centro anti-violenza e uno psicologo di comunità non ha le stesse mansioni di un consulente legale. Però, possiamo provare a condividere alcune indicazioni di metodo che ognuno di voi potrà confrontare con le sue, o potrà far proprie per prendere le decisioni giuste.

1. Procediamo per punti

Una sensazione che ci ha accomunati in questi giorni è stata di certo lo spiazzamento. Siamo spiazzati anche perché facciamo fatica a capire come possiamo aiutare le persone che contano su di noi. Non sappiamo come essere utili. In questo momento le nostre conoscenze professionali non ci sono sempre d’aiuto. La situazione è lontana dalla normalità del nostro servizio. E’ uno scenario inedito e scivoloso. Siamo stati sicuramente tentati di mettere uno dopo l’altro gli elementi per disegnare il quadro della situazione e formulare le nostre strategie. Ma facciamo attenzione. Perché, anche se sembra un’operazione razionale, insistere su uno sguardo d’insieme potrebbe finire per farci sentire impotenti o, in un contesto così sconosciuto, farci prendere direzioni sbagliate.

Potrebbe essere più utile, invece, destrutturare lo scenario, passando da un’analisi di linea a un’analisi di punto. Affrontare un problema alla volta ci aiuta a non perderci e a mantenere un parziale controllo della situazione, dandoci la possibilità di superare un ostacolo dopo l’altro. Non vale sempre, ma in questo contesto indecifrabile può essere una strategia che ci permette di mettere a fuoco i punti critici del nostro lavoro.

“Affrontare un problema

alla volta ci aiuta

a non perderci”

Facciamo un esempio. Se leggendo questo articolo urtassimo contro una bottiglia d’acqua, finendo per rovesciarla sulla scrivania (per molti, in questi giorni, il divano o il tavolo della cucina) dovremmo affrontare una piccola emergenza. Se fronteggiassimo il problema “non bagnare” nel suo complesso, ci dovremmo spostare velocemente, provando contemporaneamente a raccogliere tutte le cose che abbiamo davanti, cercando anche di arginare il flusso. Ma se invece di affrontare il problema nel suo insieme cercassimo di individuare i punti critici, scomponendolo, potremmo sostituire il problema “non bagnare” con dei problemi specifici come “raddrizzare la bottiglia”, “salvare i documenti importanti” mentre potremmo ritenere utile sacrificare il foglio di brutta copia che abbiamo davanti per impedire all’acqua di colare sul parquet. Pazienza per le gocce sui pantaloni. Quel “non bagnare”, declinato, preso per punti, si può affrontare diversamente.

Scomporre il problema ci aiuta a intervenire più efficacemente, almeno nel momento dello spiazzamento iniziale. Perché ogni scenario di crisi, preso nel suo complesso, è quasi impossibile da fronteggiare in maniera risolutiva. L’emergenza Coronavirus non fa eccezione. Destrutturando il quadro d’insieme, peró, abbiamo la possibilità di elaborare alcune risposte a problemi concreti.

 

 

2. Ridefiniamo le priorità

Definito un metodo (procedere per punti), c’è da capire con che spirito utilizzarlo. Qual’è il nostro approccio?

Una cosa è certa. Se vogliamo tutelare le persone a cui è dedicato il nostro servizio non possiamo rimanere invischiati nel tentativo maldestro di rifare le stesse cose di sempre. L’ostinazione in questo caso non pagherebbe. Non si tratta di abdicare, di abbandonare la nostra missione cancellando le attività fondamentali del nostro servizio, anzi.

Per abitare queste giornate non possiamo fare quello che abbiamo sempre fatto, come lo abbiamo sempre fatto. Ridaremo senso al nostro lavoro solo riscrivendo le nostre priorità. Tutto intorno a noi è cambiato e anche noi dobbiamo essere disposti al cambiamento. Sarà una lezione anche per il futuro.

Ai nostri nuovi obiettivi sarà opportuno dare un nome e assegnare un posto. Ne abbiamo fortemente bisogno. Dovremmo renderli espliciti condividendoli con i nostri colleghi e con gli utenti con cui lavoriamo. In queste giornate, mentre tutto è stato messo sottosopra, ridefinire le priorità a seconda di nuovi obiettivi ci aiuta a rimettere ordine e aiuta anche le persone a cui ci rivolgiamo che, diversamente, rischierebbero di essere travolte due volte.

“Riscrivere le priorità

del nostro lavoro”

3. Ciò che fa bene a voi fa bene agli altri

Scelto un metodo (procedere per punti) e definito un approccio (essere disposti al cambiamento), è il momento di  decidere cosa fare. Ancora una volta le nostre conoscenze professionali possono aiutarci solo in parte. Ma le competenze delle professioni sociali vanno ben oltre il sapere e il saper fare. Vediamo.

Per esempio, sarà capitato anche a voi in questi giorni di aver imparato moltissime cose nuove. Proviamo a metterne in fila alcune con cui tutti abbiamo fatto i conti.

I primi nuovi insegnamenti, ne siamo certi, hanno a che fare con la salute e tutte le indicazioni utili per la nostra sicurezza. Le distanze da mantenere, il modo corretto di lavarsi le mani, i comportamenti da evitare per la diffusione del virus, sono diventati molto più che buone abitudini.

Poi, avremo fatto certamente i conti con un altro aspetto legato alla salute. Questa volta, però (e non è una battuta sarcastica), quella mentale. Imparare a selezionare le notizie diffuse da media e social media è sempre una buona abitudine. Farlo ora è diventato fondamentale per affrontare con lucidità la situazione, o almeno per non farsi travolgere. Accedere a una buona informazione è una questione di sopravvivenza.

Sicuramente anche voi avrete sperimentato nuove piattaforme, applicazioni mai sentite e programmi dall’utilità finora sconosciuta. Tutti, nessuno escluso, abbiamo fatto una piccola indigestione tecnologica. Chi per lavoro, chi per ammazzare il tempo, chi per rimanere in relazione con gli altri, ognuno ha sperimentato nuovi modi comunicare. Così l’aperitivo tra amici è diventato una videocall mentre le riunioni del gruppo di lavoro si sono trasformate in webconference.

E per finire, anche se ci sarebbero da mettere in fila tantissime altre nuove abilità, abbiamo affrontato il problema più ostico: gestire e riorganizzare i nostri spazi e i nostri tempi per non perderci in giornate incerte, noiose o travolgenti.

Ma il punto non è se effettivamente siamo tutti un po’ più esperti di igiene personale. Non si tratta di misurare se abbiamo fatto o meno indigestione di notizie tossiche. Non vogliamo neppure verificare se dopo questa emergenza saremo davvero tutti un po’ più digitali e ci interessa relativamente poco sapere se siamo riusciti o meno a riorganizzare i nostri tempi e i nostri spazi. L’aspetto rilevante è che imparare queste nuove abilità ci ha fatti stare meglio. Più protetti seguendo le regole di igiene e sicurezza, meno stressati selezionando le informazioni da fonti attendibili, meno isolati aprendo nuovi canali di comunicazione tecnologica, meno spaesati riorganizzando i tempi e gli spazi della nostra giornata.

Cosa centra tutto questo con il lavoro sociale? Probabilmente nulla se per affrontare l’emergenza ci affidassimo solo alle nostre capacità tecniche. Ma questi non sono giorni normali e tutto sembra andato sottosopra, perfino le geometrie della relazione d’aiuto, i binari del rapporto di reciprocità, il mantra della giusta distanza. Per questo abbiamo bisogno di far leva sulla nostra esperienza e di attingere alle nostre risorse personali. Gli schemi di sempre non bastano. Ci servono pensieri semplici ma divergenti. Perché se è vero che permangono le differenze culturali, sociali, economiche, fisiche, mai come ora ci siamo ritrovati a vivere una condizione comune con i beneficiari dei nostri interventi. Invece di chiederci cosa dobbiamo fare come operatori per i nostri utenti, potremmo per esempio domandarci: di cosa ho bisogno io? Cosa mi è d’aiuto in questo momento? Perché ciò che fa bene a noi potrebbe far bene anche agli altri.

Per riorganizzare il lavoro con i nostri utenti potremmo quindi partire dal nostro bisogno di sentirci sicuri e analizzare i rischi che abbiamo davanti. Ci sarà utile, per esempio, individuare le situazioni più fragili per poterle monitorare con più attenzione. Ai corsi che siamo soliti proporre potrebbe essere utile sostituire momenti di informazione sui rischi, magari specifici per gli utenti che continuano a lavorare. Facendo tesoro del nostro bisogno di selezionare le informazioni, invece, potremmo organizzare un vero e proprio piano informativo da diffondere ai beneficiari, costante e aggiornato, sia rispetto a come comportarci, con info-grafiche e vademecum, sia rispetto alle notizie generali, per aiutare le persone a muoversi tra le news evitando stress inutile ed eccessivo. Potremmo, anzi, dovremmo prenderci cura delle relazioni assicurando nuovi canali per comunicare, internamente ma anche verso l’esterno. Potremmo infine riorganizzare gli spazi e i tempi dei nostri servizi, non solo per rispettare le norme di prevenzione, ma anche per renderli diversamente accoglienti, per esempio, per detonare le situazioni di conflitto, o consentire una maggior privacy o garantire piccoli spazi di libertá e autonomia.

In sostanza, se stiamo cercando degli spunti sulle iniziative da intraprendere, potremmo scriverne una lista infinita, una per ogni tipologia di intervento, ogni tipologia di struttura, ogni condizione individuale. Ma facciamo leva sulla nostra esperienza e sulle nostre risorse personali, senza dare nulla per scontato. Anche queste sono competenze professionali.

“facciamo leva sulla nostra

esperienza e sulle

nostre risorse personali”

Ricapitolando, quindi, possiamo dire che, per fronteggiare l’emergenza Coronavirus non è possibile indicare una soluzione buona per ogni situazione. Possiamo però condividere metodi e approcci.

Affrontiamo un problema alla volta, punto per punto, senza addentrarci in improbabili analisi d’insieme. Così eviteremo di perderci. Ridefiniamo obiettivi e priorità del nostro lavoro per adattarci al meglio alla nuova situazione e ai cambiamenti che ci ha imposto. Attingiamo dalla nostra esperienza e facciamo leva sulle nostre risorse personali. Non tutto ora ha una soluzione e non tutto segue gli schemi dettati dalle nostre conoscenze professionali. Seguendo questa strada potremmo leggere in maniera più lucida i bisogni del momento.

Come facciamo? Non c’è via di scampo, non ci sono scorciatoie. Da soli finiremmo solo per essere travolti dagli eventi e dal peso delle responsabilità. Per fare tutto questo dobbiamo ripartire dalla nostra equipe.

Ma di questo parleremo nel prossimo post.


Quel telefono che oggi ci salva la vita. Potremmo iniziare così il racconto di cosa sta accadendo in migliaia di strutture di accoglienza per richiedenti asilo e rifugiati sparse su tutto il territorio nazionale. E quel “ci” vorremmo poterlo sottolineare dieci, venti, trenta volte. Perché vi immaginate cosa potrebbe accadere in questi giorni di emergenza Coronavirus se migliaia di persone accolte fossero senza la possibilità di informarsi, di comunicare con gli operatori e di proseguire alcune delle attività essenziali per il loro processo di integrazione? Una cosa è certa, ora quel tanto vituperato smartphone nelle mani dei migranti accolti diventa una garanzia per loro e per tutti noi.

Dopo l’esperienza delle operatrici e degli operatori dei centri anti-violenzaSe #iorestoacasa, il nostro viaggio tra i lavoratori del sociale che non possono fermarsi di fronte all’emergenza Coronavirus, prosegue così raccontando le giornate di altri invisibili delle professioni sociali: migliaia di lavoratori impegnati nella presa in carico di richiedenti asilo e rifugiati.

Al centro della contesa politica degli ultimi anni, il sistema di accoglienza ha già dovuto fare i conti con l’avvicendarsi di norme sempre più restrittive, continui tagli di risorse e con un dibattito pubblico che ha travolto anche le certezze più consolidate. Cosi, le diverse professionalità coinvolte hanno inevitabilmente visto svalutare il loro lavoro, sempre meno riconosciuto e sempre più delegittimato.

Ma cosa succederebbe se questi operatori smettessero di lavorare in questi giorni?

Avremo modo di capire il funzionamento generale del sistema di accoglienza in altri approfondimento. Per il momento ci basta sapere che il lavoro degli operatori e di tantissime altre figure professionali, è suddiviso, in buona sostanza, tra la prima e la seconda accoglienza.

La prima accoglienza è svolta nei CAS (Centri di Accoglienza Straordinaria), nella maggior parte dei casi strutture di grandi dimensioni, che accolgono i richiedenti asilo fino a quando riceveranno una risposta dalla Commissione Territoriale. La seconda accoglienza è svolta nella rete SIPROIMI, quasi totalmente composta da appartamenti, dove sono accolti i migranti che hanno già ricevuto una forma di protezione, per un tempo massimo di sei mesi (salvo proroghe).
E’ in questo secondo circuito che gli operatori sono chiamati a svolgere interventi rivolti all’inclusione e gli sforzi comprendono il sostegno psicologico, la mediazione linguistica e culturale, l’insegnamento della lingua italiana, l’orientamento ai servizi del territorio, l’accompagnamento negli adempimenti legali, le attività di formazione e di inserimento lavorativo, oltre all’accompagnamento verso l’autonomia abitativa.

E’ facile immaginare quanto tutto questo regga su un pilastro fondamentale: la relazione di aiuto. Questa, ai tempi dello smartworking e del lavoro in differita, si può certo trasformare, ma non sempre può avvenire senza la presenza dei corpi, la frequenza di luoghi, il confronto diretto tra voci e sguardi.

Questo punto fondamentale spiega molti degli sforzi messi in campo in questi giorni.

Fin da subito, il ruolo principale di tutti gli operatori è stato quello di assicurare un’informazione efficacie alle persone in accoglienza. Le difficoltà non sono poche perché i livelli di scolarizzazione degli accolti non sono sempre omogenei e la padronanza della lingua non sempre è già tale da consentire la comprensione di informazioni complesse e a volte contraddittorie, che hanno messo in confusione anche tutti noi. Il lavoro di traduzione  è costante ma una delle difficoltà più grandi riguarda il contenuto del messaggio, non la sua forma. Se oggi l’imperativo è non uscire, fin dall’ingresso nei progetti di accoglienza i beneficiari sono infatti stati spinti a ricercare relazioni, a stare a contatto con le persone, a inserirsi nel tessuto locale, sociale e lavorativo.  Lo spaesamento è quindi doppio e non è semplice gestirlo via telematica.

La presenza degli operatori nelle strutture, almeno saltuaria, non è però necessaria solo informare sui rischi e sull’obbligo di rimanere in casa. E’ fondamentale soprattutto per intercettare ansie, paure o, peggio, malesseri più o meno latenti, in una composizione di donne e uomini già fortemente provata dall’esperienza della fuga, dello sradicamento, del distacco e spesso della violenza e della morte.

In alcuni casi, gli stessi responsabili degli Enti locali lavorano anche durante il periodo di ferie “obbligate” disposte a rotazione dal comune, per poter organizzare le attività e rispondere a problemi e difficoltà che non si fermano di fronte al virus, ma semmai si accentuano.

“La confusione iniziale è stata devastante”. In assenza di indicazioni chiare ci siamo mossi seguendo il buon senso ma gestire questa situazione richiede la nostra presenza” dice un’operatrice. “E richiede per prima cosa a noi stessi di gestire ansie, paure e incertezze, per non trasmetterle agli accolti.”

“Negli scorsi giorni un nostro beneficiario è stato sottoposto ad un trattamento sanitario obbligatorio”, ci racconta la responsabile di un progetto SIPROIMI gestito da un Ente locale. “Nonostante il rischio Coronavirus siamo dovuti intervenire in fretta”, aggiunge raccontando una delle tante situazioni che possono chiamare in causa gli operatori. “Ridurre i rischi è la prima attenzione, ma non è sempre possibile azzerare i contatti”, conclude. “Abbiamo poi un problema di persone in strada. Le strutture di bassa soglia sono piene e le persone sono prive di informazioni e punti di riferimento”.

Per quanto riguarda i centri di prima accoglienza, le principali preoccupazioni riguarda proprio la gestione delle strutture. La loro conformazione e la presenza di molte persone rende le misure adottate in via generale di difficile applicazione e servono risposte immediate. Poi, ci sono le preoccupazioni principali riguardano gli aspetti giuridici. Non è chiaro il comportamento delle Commissioni Territoriali. Le istruzioni diramate dalle autorità sono state contraddittorie e confuse fino alla conclusione della scorsa settimana. Di fatto, è accaduto che molti beneficiari abbiano ricevuto la notifica di provvedimenti negativi anche nel corso dell’emergenza, con conseguenze disastrose sulla possibilità di impugnare i provvedimenti nei tempi di legge e accedere quindi a un diritto fondamentale.

Per quanto riguarda il SIPROIMI, invece, la dimensione e la modalità di gestione delle strutture permette di contenere i rischi adottando le misure valide per la genericità dei cittadini. Rimane però la necessità di riorganizzare i servizi offerti agli utenti. Certo, da questo punto di vista, la tecnologia è stata utile nel ritessere le fila tra i membri delle equipe, perno fondamentale di tutto l’impianto progettuale. Ma l’interruzione dei percorsi di inclusione e di riconquista dell’autonomia è un problema. Anche per questo motivo il personale non può permettersi uno stop ed è chiamato in questa fase a reinventare delle risposte concrete.

D’altro canto questo momento richiede uno sforzo creativo non indifferente, che va oltre la garanzia dei servizi offerti e la stabilità dei percorsi attivati.  Gli operatori sono chiamati a prendersi sulle spalle un problema enorme che riguarda la responsabilità individuale ma anche la tenuta collettiva. “Da questo punto di vista”, suggerisce un’operatrice legale impiegata da molti anni nei servizi di accoglienza, “il nodo centrale è la capacità dell’equipe di ripensare il suo ruolo e i suoi obiettivi”.

“La notizia della possibilità di lavorare da casa è stata un sollievo, ma ha lasciato subito il posto a una sensazione di totale impotenza”. Ripartire dalla riscrittura della quotidianità dell’equipe diventa quindi centrale.

Ecco che non mancano anche iniziative dei centri rivolte a tutta la comunità. Da molte parti sono gli stessi beneficiari ad assicurare la spesa di generi alimentari e l’approvvigionamento di farmaci ad anziani e persone in difficoltà. Il servizio solidale attivato con il progetto Amicizie Virali, come riporta il sito del SIPROIMI, è organizzato anche tramite un canale YouTube che diffonde attività curate dagli operatori e dai beneficiari dei centri rivolte anche a bambini e ragazzi del territorio, come l’ascolto guidato della musica, laboratori e letture di libri, oltre all’insegnamento delle lingue straniere, tra cui anche l’arabo.

Il tema del contenimento dei rischi è comunque quello su cui l’impegno è massimo. Uno dei problemi principali è che, tra gli accolti, c’è chi ha in corso un’attività lavorativa o un tirocinio in settori che non hanno sospeso le attività. Non tutti possono permettersi di interromperlo perché da quel contratto o da quel tirocinio potrebbero dipendere il suo percorso di uscita dal centro e l’inizio di un nuovo progetto di vita. Le indicazioni sulla sospensione delle uscite e la possibilità di proroghe arrivate dal Servizio Centrale hanno tranquillizzato gli operatori, ma chi ha un futuro fragile e pieno di incertezze fa fatica a pensare di potersi fermare. C’è da tenere presente anche un altro aspetto. Perché anche se tra chi vive negli alloggi si sono costruite relazioni più o meno solide, si tratta perlopiù di estranei che si sono ritrovati a condividere uno spazio e non di persone legate affettivamente. Questo rende tutto ancor più complicato perché c’è il rischio che si acuiscano conflitti, che aumenti la diffidenza e la mediazione degli operatori spesso è fondamentale.

“Noi stessi ci portiamo addosso il peso di poter essere veicolo di contagio” ci dice un operatore. “Anche i beneficiari che avevano raggiunto un livello di autonomia molto avanzato, finiscono per avere solo noi come punto di riferimento principale. Non possiamo sottrarci, ma non si tratta di essere eroi. Lo facciamo per loro, per noi e per il territorio in cui viviamo”.

Ciò che è chiaro è che in questo momento non bastano smartwork, ferie obbligate, cassa integrazione o congedi parentali a garantire la sicurezza di operatori, beneficiari e della comunità territoriale che li accoglie. Così come non bastano buona volontà e senso di solidarietà per svolgere un lavoro che, in queste ore in cui gli operatori sono chiamati a far leva su tutte le loro risorse, personali e professionali, rivela tutta la sua complessità.

Sarà bene ricordarsene quando tutto questo sarà finito.

 

 

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Associazioni, imprese sociali, servizi pubblici. L’emergenza Coronavirus coinvolge anche un esercito fatto da più di un milione di lavoratrici e lavoratori, volontarie e volontari, che combattono ogni giorno a fianco degli ultimi. Sono educatori e assistenti sociali, consulenti legali e psicologi, mediatori linguistici e culturali e operatori impiegati nei servizi più disparati. Tutti a tessere una trama fatta di passione e professionalità che non si è allentata neppure in questi giorni segnati dall’emergenza Covid-19 perché non può permettersi di farlo. Almeno non del tutto.

Le ultime settimane hanno già portato alla luce alcune differenze significative che ancora caratterizzano il mondo del lavoro. C’è chi continua a lavorare da casa attraverso lo smartworking, che sembra diventata la soluzione buona per tutto e chi invece ha dovuto chiudere totalmente la propria attività, chi è costretto a usufruire di ferie forzate e chi invece è si trova suo malgrado a rischiare il contagio nei luoghi della produzione.

Ma c’è anche un mondo che dovrebbe fermarsi e non lo fa: una miriade di lavoratrici e lavoratori del sociale costretti a vivere questi giorni nel guado.

Cosa succederebbe se si fermassero loro?

Se #iorestoacasa è il nostro viaggio per raccontare la sfida di chi non può permettersi di rimanere fermo. Di chi deve contenere il rischio contagio, per sé e per i propri familiari, ma al tempo stesso non può abbandonare il presidio, sospendere i servizi, interrompere i percorsi. Ed è anche grazie a loro se #andràtuttobene potrà effettivamente essere una realtà e non uno slogan del momento.

Per chi lavora nel sociale è così: senso di responsabilità misto a spirito di solidarietà, deontologia professionale ed etica, a servizio degli ultimi. Non è un caso che in pochi nella catena di comando si siano posti il problema di come far fronte alla gestione di case di cura, progetti di accoglienza, comunità educative, comunità terapeutiche, sportelli di supporto, strutture di bassa soglia e altri servizi essenziali.

In fondo è risaputo: chi lavora nel sociale c’è e basta, sempre e comunque, quando serve, che si tratti di personale dei servizi pubblici o operatori del Terzo settore.

Tra le tante operatrici e operatori che non possono permettersi di mettere in stand-by le attività, ci sono quelle/i impiegati nei centri anti-violenza e nelle attività a sostegno delle donne, come il Centro Veneto Progetti Donna.

Perché se #iorestoacasa rappresenta un orizzonte di salvezza per tutti, per molte donne, l’obbligo di stare a casa rischia di diventare un vero e proprio incubo in cui le mura domestiche si trasformano in una gabbia infernale.

“In questi giorni di emergenza il principale rischio è quello di un acuirsi delle violenze”. E’ la denuncia del Centro Donna. In situazioni di normalità, infatti, le violenza avvengono principalmente nei fine settimana, quando si rimane più spesso in casa e non ci sono le incombenze lavorative. In quei momenti la presenza in casa, di norma, diventa di molte ore consecutive e le donne sono esposte ad un maggior numero di situazioni a rischio. Inoltre, le donne, in una situazione come questa, così come avviene di norma nei weekend, sono sottoposte ad un controllo costante. Molte di loro hanno il peso della gestione della casa e la cura dei/delle figli/figlie. Il risultato è che non possono chiamare o contattare i centri perché possono essere viste e quindi “punite”.
Così l’emergenza rischia di diventare un inferno nell’inferno.

Il Centro Donna della Provincia di Padova offre ascolto, supporto psicologico, legale e servizi di accoglienza in strutture protette. Nel 2019 lo ha fatto per 1082 donne che si sono rivolte al centro per beneficiare delle attività di sostegno. La stragrande maggioranza lo ha fatto accompagnate dai figli. In 36 sono state accolte in strutture. Con loro 46 bambini/e. Ma il centro non si occupa solo di intervenire sulle situazioni di violenza e abuso. Oltre all’ascolto, al sostegno psicologico e a quello legale, le operatrici sono impegnate in attività di orientamento all’inserimento sociale e lavorativo, di empowerment e sviluppo di competenze, di sostengo alla genitorialità in raccordo con i servizi socio-sanitari, le Forze dell’Ordine, gli avvocati, i Tribunali e le altre istituzioni coinvolte.

I rischi per le operatrici sono alti perché nell’ultimo periodo si è registrato un forte numero di accessi. Le attività ordinarie, inoltre, richiedono interazione con diversi soggetti. Chiudere totalmente il servizio significherebbe, però, non solo consegnare molte donne all’abbandono e al pericolo, ma anche interrompere i percorsi di accompagnamento di tutte quelle che si sono reinventate e che non possono permettersi di tornare indietro.

In questi giorni le operatrici del centro sono state costrette ad fermare molte delle attività ordinare. Ma non per sospenderle. Per reinventarle. Lo sforzo comunicativo (#laviolenzanonsiferma), per dare un segno di speranza e possibilità, è imponente e si affianca ad una attività di sensibilizzazione incessante, per fare in modo che, nonostante l’emergenza, i servizi continuino a seguire le situazioni in carico. I contatti con le donne ospitate nelle strutture, invece, si sono dovuti diradare, ma non si sono totalmente interrotti. I

“Penso che quando sarà tutto tornato alla normalità sentiremo il contraccolpo di questa situazione e avremo un’impennata di richieste. In Cina è già successo” dicono dal Centro Donna. Le istituzioni e il Terzo settore intero devono prendere sempre più in considerazione questo fenomeno che, secondo i dati, coinvolge milioni di donne in Italia.

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L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) rilascia ogni anno un rapporto sulle malattie per cui sono prioritari investimenti in ricerca e sviluppo in quanto potenziali cause di emergenze sanitarie globali. A febbraio 2018, alla lista contenente la febbre emorragica Congo-Crimea, Ebola, Mers e Sars, la febbre Lassa, Nipah, la febbre della Rift Valley e Zika, è stata aggiunta una voce titolata malattia X, non ancora registrata, ma la cui probabilità di comparsa andava aumentando.

In un recente articolo del New York TimesPeter Daszak, tra i membri del comitato Oms che ha stilato quella lista, ha ricordato le caratteristiche che la malattia X avrebbe dovuto avere: si sarebbe dovuto trattare di un virus trasferito dagli animali all’uomo, in una zona del pianeta in cui le interazioni con la fauna selvatica sono frequenti; inizialmente sarebbe stata confusa con altre malattie, come un’influenza, salvo poi rivelarsi più pericolosa per la salute individuale o per la società; si sarebbe diffusa rapidamente, sfruttando lo spostamento delle persone e i commerci; avrebbe messo in crisi i mercati finanziari prima ancora di diventare una pandemia.

Il coronavirus Sars-CoV-2 risponde alla perfezione all’identikit delineato 2 anni fa dai virologi ed epidemiologi dell’Oms. Come tanti piccoli granelli di sabbia, il virus si è insinuato tra gli ingranaggi di un capitalismo just in time: ha inceppato un sistema produttivo tanto complesso quanto fragile, ha anestetizzato la domanda di consumi, ha mandato in tilt gli algoritmi della finanza che, non essendo programmati per tener conto di una pandemia, alla prima frenata hanno automaticamente iniziato a vendere, facendo crollare le borse (Milano il 9 marzo ha chiuso a -11%).


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Da un giorno all’altro abbiamo scoperto che il nostro mondo globalizzato, colossale impianto per dimensioni e connessioni, ha in un essere minuscolo il suo più acerrimo nemico. L’uomo del nuovo millennio si era illuso di aver definitivamente debellato le minacce epidemiche che hanno segnato la sua storia, recente e remota.

Il nuovo coronavirus è stato definito un cigno nero, una tempesta perfetta, inattesa e devastante. Eppure, la diffusione di un virus che attacca l’uomo e le sue attività non solo non è un evento inatteso, come testimonia il rapporto dell’Oms, ma addirittura è una conseguenza prevedibile dell’incontrollata espansione antropica. A ribadirlo e denunciarlo è un articolo pubblicato su Pnas (Proceedings of the National Academy of Sciences) da un gruppo internazionale di ricercatori capeggiato da Moreno Di Marco, ecologo del dipartimento di biologia e biotecnologia dell’università La Sapienza di Roma.

Circa il 70% delle malattie infettive emergenti (Emerging infectious diseases – Eid), e pressoché la totalità delle più recenti, ha origine dalla ravvicinata convivenza tra umani e animali selvatici o domestici. Dei 1400 patogeni umani già conosciuti (tra batteri, parassiti, funghi, virus e protozoi), 860 sono di natura zoonosica, ovvero di origine animale: circa il 60%.

La mappa mostra i luoghi in cui vi è il rischio stimato di emergenza di zoonosi. Allen et al 2017 Nat Comm fig. 3b

 

Come riporta un articolo su Nature Communications firmato dal gruppo di Daszak, la comparsa di zoonosi è tanto più probabile quanto maggiore è l’alterazione antropogenica dell’ambiente naturale come la deforestazione, l’espansione di terreni a uso agricolo, l’intensificazione dell’allevamento, della caccia e del commercio illegale di specie selvatiche.

La frammentazione degli habitat porta al declino dell’abbondanza e della diversità di specie animali che fungono da naturale serbatoio dei patogeni. Distruggendo questi serbatoi si ha lo spillover, ormai celebre titolo del libro di David Quammen del 2012, che letteralmente significa “riversamento” e che sta a indicare il salto di specie da un animale a un altro di cui il virus ha maggiore disponibilità: l’uomo.

Proprio l’autore di Spillover nel suo libro sosteneva che finita una pandemia, occorre immediatamente pensare alla successiva, per prevenirne gli effetti catastrofici. La malattia di Nipah, un encefalite con occasionali sintomi respiratori, ad esempio è comparsa nel 1998 in Malesia, dove gli allevamenti di suini si erano spinti al limitare delle foreste tropicali dove vive il pipistrello della frutta. Anche la Sars (Cina, 2003) e l’Ebola (Africa occidentale, a più ondate) hanno avuto origine da pipistrelli che venivano cacciati o che abitavano regioni sottoposte a intenso sviluppo antropico.

Tyler Hicks/Getty

Abbiamo già avuto prova di quanto l’impatto economico di epidemie in regioni geografiche limitate possa essere devastante. La Sars del 2003 causata anch’essa da un coronavirus, l’influenza suina del 2009 provocata da una variante del virus H1N1, l’Ebola che ha colpito l’Africa occidentale dal 2013 al 2016 sono costate ciascuna più di 10 miliardi di dollari. A fine febbraio le stime dell’impatto economico del nuovo coronavirus superavano già i 150 miliardi di dollari.

Di Marco e i coautori dell’articolo su Pnas denunciano che sebbene le tecnologie e gli strumenti di monitoraggio delle malattie con rischio pandemico si stiano sviluppando velocemente, le politiche globali di gestione del rischio sono ancora troppo incentrate sulla reazione (ricostruzione della catena epidemica, sviluppo di farmaci e vaccini per patogeni già noti) e troppo poco sulla prevenzione. Gli autori parlano di veri e propri punti ciechi (blind spots) della politica. Questi punti ciechi non solo vanno affrontati: conviene affrontarli. Non solo per salvaguardare la salute, ma per far sì che gli obiettivi di sviluppo sostenibile vengano realizzati.

Obiettivi dell’Agenda 2030 dell’Onu

 

L’obiettivo 3 dell’Agenda 2030 dell’Onu per lo sviluppo sostenibile mira alla promozione del benessere a tutte le età. La riduzione del rischio di malattie infettive globali è relegata al punto 3.3. Altri obiettivi dell’Agenda 2030 lavorano di concerto con il 3.3, come il numero 15, volto a conservare gli ecosistemi terrestri, o il numero 16, che favorisce istituzioni solide tramite cui poter governare le emergenze. Altri tuttavia possono risultare in contrasto, come il numero 2, che riguarda la sicurezza alimentare e che richiederà negli anni a venire un aumento della produttività agricola e dei sistemi di allevamento, specialmente nei Paesi in via di sviluppo, dove il rischio di comparsa di zoonosi è più alto.

Se il maltrattamento dell’ambiente è un fattore che favorisce l’insorgere di malattie infettive a rischio epidemico, conflitti, carestie e altre forme di instabilità sociale contribuiscono alla loro diffusione. Una dieta povera di afflusso proteico ad esempio è un problema nei Paesi economicamente svantaggiati, ma l’eccessivo sfruttamento degli allevamenti e la deforestazione lo sono altrettanto.

Il raggiungimento di un obiettivo può allora significare la rinuncia parziale a un altro, fanno notare gli autori. La ricerca  internazionale finora ha messo in relazione l’anidride carbonica in atmosfera con la conservazione degli habitat, la produzione di cibo con le emissioni, ma a loro dire non ha considerato a sufficienza il rischio di malattie infettive emergenti.

Le politiche ambientali devono invece promuovere con forza piani responsabili di sfruttamento dei terreni, ridurre la deforestazione e il contatto con specie animali potenzialmente rischiose. Gli ecosistemi mantengono un ruolo insostituibile nella regolazione delle malattie, garantendo ai patogeni una dinamica biologica che riduce la probabilità di trasmissione all’uomo.

In termini di prevenzione delle epidemie, qualche passo nella giusta direzione è stato fatto, notano Di Marco e colleghi. L’Oms, la Fao (Onu) e l’Organizzazione mondiale della sanità animale hanno condiviso un’unica strategia di salute collettiva, One Health Initiative, che si distingue per l’approccio interdisciplinare a questioni complesse che devono essere tenute in relazione tra loro.

Il modello di sviluppo che ha garantito la linfa vitale alle economie dei Paesi industrializzati non può andare avanti all’infinito. Cambiamento climatico e rischio di pandemie sono due squilli d’allarme che non possono più rimanere inascoltati, nonostante alcuni leader mondiali si ostinano a fare orecchie da mercante. La risposta a quelli che sono due dei più pressanti problemi di questo secolo passa necessariamente per una concreta azione di tutela dell’ambiente, della biodiversità e dei servizi ecosistemici.

 

di Francesco Suman
(ilbolive.unipd.it)