Quel telefono che oggi ci salva la vita. Potremmo iniziare così il racconto di cosa sta accadendo in migliaia di strutture di accoglienza per richiedenti asilo e rifugiati sparse su tutto il territorio nazionale. E quel “ci” vorremmo poterlo sottolineare dieci, venti, trenta volte. Perché vi immaginate cosa potrebbe accadere in questi giorni di emergenza Coronavirus se migliaia di persone accolte fossero senza la possibilità di informarsi, di comunicare con gli operatori e di proseguire alcune delle attività essenziali per il loro processo di integrazione? Una cosa è certa, ora quel tanto vituperato smartphone nelle mani dei migranti accolti diventa una garanzia per loro e per tutti noi.

Dopo l’esperienza delle operatrici e degli operatori dei centri anti-violenzaSe #iorestoacasa, il nostro viaggio tra i lavoratori del sociale che non possono fermarsi di fronte all’emergenza Coronavirus, prosegue così raccontando le giornate di altri invisibili delle professioni sociali: migliaia di lavoratori impegnati nella presa in carico di richiedenti asilo e rifugiati.

Al centro della contesa politica degli ultimi anni, il sistema di accoglienza ha già dovuto fare i conti con l’avvicendarsi di norme sempre più restrittive, continui tagli di risorse e con un dibattito pubblico che ha travolto anche le certezze più consolidate. Cosi, le diverse professionalità coinvolte hanno inevitabilmente visto svalutare il loro lavoro, sempre meno riconosciuto e sempre più delegittimato.

Ma cosa succederebbe se questi operatori smettessero di lavorare in questi giorni?

Avremo modo di capire il funzionamento generale del sistema di accoglienza in altri approfondimento. Per il momento ci basta sapere che il lavoro degli operatori e di tantissime altre figure professionali, è suddiviso, in buona sostanza, tra la prima e la seconda accoglienza.

La prima accoglienza è svolta nei CAS (Centri di Accoglienza Straordinaria), nella maggior parte dei casi strutture di grandi dimensioni, che accolgono i richiedenti asilo fino a quando riceveranno una risposta dalla Commissione Territoriale. La seconda accoglienza è svolta nella rete SIPROIMI, quasi totalmente composta da appartamenti, dove sono accolti i migranti che hanno già ricevuto una forma di protezione, per un tempo massimo di sei mesi (salvo proroghe).
E’ in questo secondo circuito che gli operatori sono chiamati a svolgere interventi rivolti all’inclusione e gli sforzi comprendono il sostegno psicologico, la mediazione linguistica e culturale, l’insegnamento della lingua italiana, l’orientamento ai servizi del territorio, l’accompagnamento negli adempimenti legali, le attività di formazione e di inserimento lavorativo, oltre all’accompagnamento verso l’autonomia abitativa.

E’ facile immaginare quanto tutto questo regga su un pilastro fondamentale: la relazione di aiuto. Questa, ai tempi dello smartworking e del lavoro in differita, si può certo trasformare, ma non sempre può avvenire senza la presenza dei corpi, la frequenza di luoghi, il confronto diretto tra voci e sguardi.

Questo punto fondamentale spiega molti degli sforzi messi in campo in questi giorni.

Fin da subito, il ruolo principale di tutti gli operatori è stato quello di assicurare un’informazione efficacie alle persone in accoglienza. Le difficoltà non sono poche perché i livelli di scolarizzazione degli accolti non sono sempre omogenei e la padronanza della lingua non sempre è già tale da consentire la comprensione di informazioni complesse e a volte contraddittorie, che hanno messo in confusione anche tutti noi. Il lavoro di traduzione  è costante ma una delle difficoltà più grandi riguarda il contenuto del messaggio, non la sua forma. Se oggi l’imperativo è non uscire, fin dall’ingresso nei progetti di accoglienza i beneficiari sono infatti stati spinti a ricercare relazioni, a stare a contatto con le persone, a inserirsi nel tessuto locale, sociale e lavorativo.  Lo spaesamento è quindi doppio e non è semplice gestirlo via telematica.

La presenza degli operatori nelle strutture, almeno saltuaria, non è però necessaria solo informare sui rischi e sull’obbligo di rimanere in casa. E’ fondamentale soprattutto per intercettare ansie, paure o, peggio, malesseri più o meno latenti, in una composizione di donne e uomini già fortemente provata dall’esperienza della fuga, dello sradicamento, del distacco e spesso della violenza e della morte.

In alcuni casi, gli stessi responsabili degli Enti locali lavorano anche durante il periodo di ferie “obbligate” disposte a rotazione dal comune, per poter organizzare le attività e rispondere a problemi e difficoltà che non si fermano di fronte al virus, ma semmai si accentuano.

“La confusione iniziale è stata devastante”. In assenza di indicazioni chiare ci siamo mossi seguendo il buon senso ma gestire questa situazione richiede la nostra presenza” dice un’operatrice. “E richiede per prima cosa a noi stessi di gestire ansie, paure e incertezze, per non trasmetterle agli accolti.”

“Negli scorsi giorni un nostro beneficiario è stato sottoposto ad un trattamento sanitario obbligatorio”, ci racconta la responsabile di un progetto SIPROIMI gestito da un Ente locale. “Nonostante il rischio Coronavirus siamo dovuti intervenire in fretta”, aggiunge raccontando una delle tante situazioni che possono chiamare in causa gli operatori. “Ridurre i rischi è la prima attenzione, ma non è sempre possibile azzerare i contatti”, conclude. “Abbiamo poi un problema di persone in strada. Le strutture di bassa soglia sono piene e le persone sono prive di informazioni e punti di riferimento”.

Per quanto riguarda i centri di prima accoglienza, le principali preoccupazioni riguarda proprio la gestione delle strutture. La loro conformazione e la presenza di molte persone rende le misure adottate in via generale di difficile applicazione e servono risposte immediate. Poi, ci sono le preoccupazioni principali riguardano gli aspetti giuridici. Non è chiaro il comportamento delle Commissioni Territoriali. Le istruzioni diramate dalle autorità sono state contraddittorie e confuse fino alla conclusione della scorsa settimana. Di fatto, è accaduto che molti beneficiari abbiano ricevuto la notifica di provvedimenti negativi anche nel corso dell’emergenza, con conseguenze disastrose sulla possibilità di impugnare i provvedimenti nei tempi di legge e accedere quindi a un diritto fondamentale.

Per quanto riguarda il SIPROIMI, invece, la dimensione e la modalità di gestione delle strutture permette di contenere i rischi adottando le misure valide per la genericità dei cittadini. Rimane però la necessità di riorganizzare i servizi offerti agli utenti. Certo, da questo punto di vista, la tecnologia è stata utile nel ritessere le fila tra i membri delle equipe, perno fondamentale di tutto l’impianto progettuale. Ma l’interruzione dei percorsi di inclusione e di riconquista dell’autonomia è un problema. Anche per questo motivo il personale non può permettersi uno stop ed è chiamato in questa fase a reinventare delle risposte concrete.

D’altro canto questo momento richiede uno sforzo creativo non indifferente, che va oltre la garanzia dei servizi offerti e la stabilità dei percorsi attivati.  Gli operatori sono chiamati a prendersi sulle spalle un problema enorme che riguarda la responsabilità individuale ma anche la tenuta collettiva. “Da questo punto di vista”, suggerisce un’operatrice legale impiegata da molti anni nei servizi di accoglienza, “il nodo centrale è la capacità dell’equipe di ripensare il suo ruolo e i suoi obiettivi”.

“La notizia della possibilità di lavorare da casa è stata un sollievo, ma ha lasciato subito il posto a una sensazione di totale impotenza”. Ripartire dalla riscrittura della quotidianità dell’equipe diventa quindi centrale.

Ecco che non mancano anche iniziative dei centri rivolte a tutta la comunità. Da molte parti sono gli stessi beneficiari ad assicurare la spesa di generi alimentari e l’approvvigionamento di farmaci ad anziani e persone in difficoltà. Il servizio solidale attivato con il progetto Amicizie Virali, come riporta il sito del SIPROIMI, è organizzato anche tramite un canale YouTube che diffonde attività curate dagli operatori e dai beneficiari dei centri rivolte anche a bambini e ragazzi del territorio, come l’ascolto guidato della musica, laboratori e letture di libri, oltre all’insegnamento delle lingue straniere, tra cui anche l’arabo.

Il tema del contenimento dei rischi è comunque quello su cui l’impegno è massimo. Uno dei problemi principali è che, tra gli accolti, c’è chi ha in corso un’attività lavorativa o un tirocinio in settori che non hanno sospeso le attività. Non tutti possono permettersi di interromperlo perché da quel contratto o da quel tirocinio potrebbero dipendere il suo percorso di uscita dal centro e l’inizio di un nuovo progetto di vita. Le indicazioni sulla sospensione delle uscite e la possibilità di proroghe arrivate dal Servizio Centrale hanno tranquillizzato gli operatori, ma chi ha un futuro fragile e pieno di incertezze fa fatica a pensare di potersi fermare. C’è da tenere presente anche un altro aspetto. Perché anche se tra chi vive negli alloggi si sono costruite relazioni più o meno solide, si tratta perlopiù di estranei che si sono ritrovati a condividere uno spazio e non di persone legate affettivamente. Questo rende tutto ancor più complicato perché c’è il rischio che si acuiscano conflitti, che aumenti la diffidenza e la mediazione degli operatori spesso è fondamentale.

“Noi stessi ci portiamo addosso il peso di poter essere veicolo di contagio” ci dice un operatore. “Anche i beneficiari che avevano raggiunto un livello di autonomia molto avanzato, finiscono per avere solo noi come punto di riferimento principale. Non possiamo sottrarci, ma non si tratta di essere eroi. Lo facciamo per loro, per noi e per il territorio in cui viviamo”.

Ciò che è chiaro è che in questo momento non bastano smartwork, ferie obbligate, cassa integrazione o congedi parentali a garantire la sicurezza di operatori, beneficiari e della comunità territoriale che li accoglie. Così come non bastano buona volontà e senso di solidarietà per svolgere un lavoro che, in queste ore in cui gli operatori sono chiamati a far leva su tutte le loro risorse, personali e professionali, rivela tutta la sua complessità.

Sarà bene ricordarsene quando tutto questo sarà finito.

 

 

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